venerdì 11 giugno 2010

L’Ue obbliga la pensione a 65 anni? Falso

di Rosa Rinaldi* - il Manifesto, 11 giugno 2010

Non è assolutamente vero che l’Europa impone che le donne italiane vadano in pensione a 65 anni, come invece viene motivato in modo infondato non solo dal governo, ma dalla più parte dei media. Com’è che invece l’informazione non solleva alcun dubbio?
I pronunciamenti di Commissione e Parlamento europeo non riguardano l’innalzamento dell’età, ma sono fondati sull’esigenza di non discriminare il lavoro femminile, giacché tutte le ricerche denunciano retribuzioni e pensioni inferiori a quelle maschili. Con la direttiva 79/1978, l’Europa salva infatti la possibilità per gli stati di stabilire età di pensione differenti tra uomini e donne; e comunque l’Unione non può intervenire sull’età stabilita dai paesi membri. Può, invece, chiedere conto di atti discriminanti, come «obbligare» le donne ad andare in pensione prima: perché, in presenza di un regime legato ai contributi, porta a un rendimento ridotto.
Esiste dunque una questione di parità, ma non riguarda l’età. Nella «Piattaforma di Pechino» i governi si erano piuttosto impegnati a esplicitare l’impatto delle politiche economiche in termini di lavoro pagato e non pagato e di accessi al reddito delle donne. E il Consiglio Europeo di Lisbona, nel marzo 2000, fissava l’obiettivo del pieno impiego attraverso un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e il diritto fondamentale al lavoro di uomini e donne. Nel diritto comunitario, del resto, la tutela antidiscriminatoria è da sempre un architrave, che col Trattato di Amsterdam del 1998 è divenuto un principio fondamentale.

I dati ufficiali mostrano invece che siamo ben lontane da una parità retributiva, quindi economica, sociale e politica. Questo il quadro: fino a 20.000 euro, 48% donne e 52% uomini; da 20.000 a 40.000, 27% donne e 73% uomini; da 40.000 a 60.000, 20% donne 80% uomini; da 60.000 a 80.000, 15% donne 85% uomini; da 80.000 a 100.000, 12% donne 88% uomini; oltre 100.000, 10% donne 90% uomini.
Il differenziale retributivo uomo/donna si attesta su una media del 23%. Il gap per le retribuzioni nette annue delle donne va da 3.800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato agli oltre 10 mila degli autonomi. Gli uomini hanno in media redditi superiori in tutte le forme contrattuali: 23% nel lavoro dipendente, 40% in quello autonomo, 24% per le collaborazioni.
Il lavoro delle donne nei 14 paesi più avanzati per un terzo è lavoro pagato e per due terzi è lavoro non pagato. Mentre tre quarti del lavoro degli uomini è pagato ed un quarto no. Quindi, è il peso dell’ineguaglianza di genere nella distribuzione del lavoro non pagato che determina le condizioni materiali delle donne nel lavoro produttivo a tutti i livelli. Ciò mentre rimane un carico di lavoro famigliare non retribuito: all’Italia appartiene infatti il primato del tempo dedicato dalle donne al lavoro familiare. Lisbona auspica il raggiungimento nel 2010 di un tasso di occupazione femminile del 60% in tutti i paesi. I nostri tassi di occupazione femminile risultano inferiori a quelli medi dell’Ue per ogni classe d’età e non solo rispetto all’Europa a 15, ma anche rispetto alle recenti adesioni. L’Italia infatti è, dopo Malta, il paese con i più bassi livelli di occupazione femminile di tutta l’Ue.
Quanto poi alle anziane e pensionate, due dati sono confermati in tutte le aree del paese e in tutti gli enti previdenziali: il 76% dei trattamenti integrati al minimo (cioè sotto i 500 euro mensili) riguarda le donne (2,6 milioni) e le donne mono-pensionate sono il 64,8% del totale, con un importo medio annuo di circa 7.300 euro. Si aggiunga che solo l’1,2% delle donne arriva ad avere 40 anni di contributi, il 9% arriva a una contribuzione fra i 35 e i 40 anni e ben il 52% è al di sotto dei vent’anni. Il che la dice lunga su ogni ipotesi di elevamento dell’età pensionabile per le donne, che attualmente in Italia avrebbe solo l’effetto di peggiorare le condizioni per quelle poche che riescono ad andare in pensione con una vita lavorativa consistente alle spalle.
Prima di omologarsi ad una stramba idea di parità, ci piacerebbe che almeno il sistema dell’informazione desse conto di questa condizione in modo documentato. E forse scopriremmo che quella della disparità tra differenti è l’unica uguaglianza e una battaglia politica che val la pena di fare.

*Segreteria Prc, ex Sottosegretaria al Lavoro

martedì 25 maggio 2010

Il Capitalismo secondo me

Il Capitalismo non ha un partito, ma chiede asilo a quelle organizzazioni politiche che decidono di sottostare alle sue regole.
Il Capitalismo, che per sua natura è sempre malato, per sopravvivere alla malattia, fa credere al popolo sovrano che c'è bisogno dell'unanimità di intenti per superare la crisi.
Il Capitalismo chiede, quindi, a tutti i partiti politici di un qualunque Paese, ad economia capitalista, di ridurre le proprie differenze (di tipo ideologico, lì dove esistano) fino ad implodere all'interno di un unico contenitore ad usufrutto, appunto, del Capitalismo.
Il Capitalismo, per superare la crisi, impone sacrifici economici ai Non-Capitalisti.

Il Non-Capitalista, per la proprietà transitiva, è Anticapitalista.
Un partito Comunista, intrinsecamente, è Anticapitalista.
Ogni Non-Capitalista è Comunista.
Ogni Anticapitalista è Comunista.

Maurizio Ceccio - Federazione della Sinistra di Melfi

giovedì 20 maggio 2010

Superate le 500mila firme

[Fonte: Acquabenecomune.org]

516.615 firme raccolte in 25 giorni di banchetti e iniziative in tutta Italia. Un risultato incredibile anche per noi, raggiunto in poco più di tre settimane grazie all'impegno e all'entusiasmo di migliaia di cittadine e cittadini dell'acqua pubblica. Qui trovate la mappa dei banchetti. L'obiettivo che il Comitato Promotore si era posto (700mila firme) è ormai in vista e può essere superato. Da qui a luglio lanceremo eventi, feste, spettacoli per coinvolgere sempre più italiani in questa civile lotta di democrazia per togliere le mani degli speculatori dall'acqua riconsegnandola ai cittadini e ai Comuni.

I tre quesiti vogliono abrogare la vergognosa legge approvata dall’attuale governo lnel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti. Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.

Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.

Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.

mercoledì 12 maggio 2010

Superate le 350mila firme in tutta Italia

[Fonte: Acquabenecomune.org]


Dopo un altro straordinario fine settimana di banchetti, abbiamo superato le 350mila firme. Sono passati solo 15 giorni di raccolta firme e siamo già a metà strada rispetto all'obiettivo che il Comitato Promotore dei referendum sull'acqua si era posto all'inizio della campagna (700mila firme entro luglio). Qui trovate la mappa dei banchetti. L'acqua è madre, non può essere merce per profitti.

I tre quesiti vogliono abrogare la vergognosa legge approvata dall’attuale governo lnel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti. Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.

Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.

Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.


Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.

Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori.

Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene collettivo.

Per conservarlo per le future generazioni.


La partecipazione dei cittadini Melfitani è stata eccellente. Questo ci sprona ad andare avanti.

A tal proposito la Federazione della Sinistra della città di Melfi annuncia che Domenica 16 Maggio sarà ancora presente, in piazza Abele Mancini, per continuare la raccolta firme, per chiedere a gran voce che l'acqua ritorni ad essere un bene dei cittadini e non un profitto per società private.


Grazie a tutti!

sabato 8 maggio 2010

Raccolta firme contro la privatizzazione dell'acqua pubblica

Questa sera, sabato 8 maggio alle 18.00 in piazza Abele Mancini (Piazza mercato), inizia la raccolta firme per la campagna referendaria contro la privatizzazione dell'acqua promossa, al livello nazionale, dal FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA.
Per chi volesse firmare si ricorda che è necessario aver compiuto 18 anni ed essere muniti di un documento di riconoscimento.
Si ricorda, inoltre, che si può firmare sia per il referendum indetto dall'IdV che per quello organizzato da noi. La firma per entrambi i referendum non comporta alcun problema al livello burocratico.

Vi aspettiamo!

Federazione della Sinistra di Melfi.

venerdì 30 aprile 2010

A Paolo Meriglia

La Federazione della Sinistra di Melfi esprime le più sentite condoglianze alla famiglia di Paolo Meriglia, operaio della FIAT di Melfi, scomparso questa notte sul posto di lavoro a causa di un infarto.
Questo drammatico episodio ripropone il tema relativo alla necessità di insediare un presidio del 118 nella zona industriale di San Nicola di Melfi. Peccato che per parlare di determinate questioni, sopratutto quelle legate al mondo del lavoro, debbano accadere episodi terribili come questi.

Di fronte a queste disgrazie ci si rende sempre più conto di quanto un lavoratore, un operaio, sia sempre più merce e sempre meno uomo.

Buon viaggio Paolo.

giovedì 29 aprile 2010

Io sono Comunista

Non sono mai stato un tipo molto impulsivo. Cerco sempre di far valere la forza della ragione, sulle altre forze che la natura ha messo al servizio dell'Uomo. Per questo non ho commentato prima, la nomina della neo-giunta regionale.
Ora posso affermare che sono contento di non avere rappresentanti in questo consiglio regionale. La nomina dei neo-assessori regionali è espressione dell'atteggiamento arrogante di chi è al potere e ha tutte le intenzioni di esercitarlo senza se e senza ma. Potrebbe balzare all'occhio lo spostamento al centro (destra, direi a questo punto) dell'asse politica (o affaristica) della giunta regionale, in coerenza (termine tra l'altro molto usato nella passata campagna elettorale) con lo scenario nazionale. I più maliziosi potrebbero pensare che questa mia, sia mossa da un senso di frustrazione e invidia in quanto la Federazione della Sinistra non è riuscita ad eleggere un solo rappresentante in consiglio regionale. Tuttavia i più malevoli resteranno delusi, in virtù del fatto che la nostra partecipazione alla coalizione di centrosinistra era regolato da un accordo tecnico che implicava la non partecipazione alla giunta in nessun caso.
La Federazione, ora, ha la possibilità di poter fare un opposizione veritiera alla mal gestione della regione. E' inutile prendere in giro l'intelligenza della gente dicendo che l'opposizione si possa fare anche "dal di dentro" della coalizione di governo. E' una scusa che giustifica la partecipazione consapevole al governo del malaffare. Tutto qui.

Senza trascurare le ovvie difficoltà nel fare opposizione fuori dalle istituzioni (che è cosa ben diversa che fare l'opposizione all'interno di una coalizione), la Federazione ora ha l'obbligo di radicarsi sul territorio (termine anche questo usato molto nella propaganda fine a se stessa), di riconquistarsi il consenso, di operare in conformità con gli ideali da cui è mossa: Il Comunismo. Non oso immaginare quante persone contemporaneamente abbiano "storto il naso" o abbiano sorriso sdegnosamente, di fronte a questa mia affermazione, ma permettetemi di ribadire: il Comunismo. Quello con la C maiuscola. Quello del XXI secolo. Non capisco cosa o chi abbia stabilito la fine degli ideali, tuttavia sono fermamente convinto, da buon militante di federazione, che la rivoluzione in senso socialista, della società sia, non solo possibile, ma naturale. Quando mi confronto su questo tema mi si risponde spesso che il Comunismo è fallito perchè è fallita l'Unione Sovietica e quindi il muro di Berlino e quindi quel tipo di società ecc ecc...Volendo risparmiarvi le mie remore su questa annosa questione (correreste il rischio di passare intere ore a leggere le mie motivazioni), potrei rispondere, per la logica dell' "occhio per occhio e dente per dente", come il Capitalismo sia fallito non solo nel 1929, ma anche nel 2008 (circa ottanta anni dopo) e come, nei periodi dichiaratamente "acritici", la situazione abbia sempre avuto un "trend" di crescita negativo o comunque pari a zero.
Allora perchè ci si ostina ad adottare un modello economico-finanziario fallimentare? Perchè è il meno peggio? Ma come possiamo saperlo se nell'Europa della NATO non abbiamo mai avuto esempi di economia socialista?
Logicamente la risposta non risiede nella "meno-peggioranza" (scusate il neologismo) del sistema Capitalistico, ma nell'interesse dei pochi (ricchi) a discapito dei molti (poveri). Chi è quel folle che rifiuterebbe un sistema economico in cui, con un po' di intraprendenza e le giuste conoscenze, gli permetterebbe di arricchirsi al massimo con il minimo degli sforzi? Giusto uno: un Comunista. So che starete, di nuovo, ridendo a questa mia affermazione, ma un Comunista, sempre quello con la C maiuscola, è l'unico che si opporrebbe con tutta la sua forza a questo stato di cose. La lotta di classe, la stessa suddivisione della società in classi è palese ed evidente. Con la caduta del muro di Berlino si è pensato che fossero caduti, sotto i colpi di piccone, anche gli ideali che avevano caratterizzato la fine del XIX e quasi tutto il XX secolo. Ma perchè questo?
Possiamo mettere in discussione le democrazie socialiste e i loro annessi partiti, ma perchè l'Italia deve subire le scelte errate di alti? Perchè il Comunismo non è attuabile in Italia? Perchè, forse, siamo gli "amichetti" degli Stati Uniti d'America? Perchè facciamo parte della NATO?
Qualcuno mi spieghi, ideologicamente, perchè non possiamo provare ad avere una società ad economia Socialista. Perchè non proviamo ad essere amici della Repubblica di Cuba? Una Repubblica Socialista. Perchè non ci confrontiamo con loro? Siamo forse Xenofobi? O razzisti? Eppure nella nostra Costituzione si recita l'uguaglianza, la pari condizioni di tutti gli esseri umani. Eppure ci sono persone nel mondo che non sono, da noi, considerate come noi. Da questo si evince una grande ipocrisia che quasi può essere considerata una condizione universale dell'intera umanità.
La lotta di classe non è combattuta solo dal cosiddetto Proletariato, ma anche dai Capitalisti e questi ultimi la loro battaglia l'hanno vinta ormai da tempo. Tuttavia la lotta di classe non è una lotta convenzionale, perciò niente e nessuno può impedirci di riprenderla.
Ora però, la cosa, a mio avviso più banale, che possa succedere è quella di essere attaccato sull'uso di alcuni termini e/o espressioni, come: "lotta di classe", "Comunismo", "proletariato", "Capitalismo", ecc. La vittoria del capitalismo sul proletariato è consistita anche in questo: far credere alle masse che ormai alcune cose fossero superate, che non ci fossero più classi sociali, che si potesse raggiungere il benessere "semplicemente" accendendo un mutuo o richiedendo un piccolo finanziamento a tasso agevolato.
C'è un detto che recita: "non è necessario distruggere il proprio nemico, ma solo la sua volontà di combattere."
Beh, care Compagne e cari Compagni, il morale è molto basso. Non è forse arrivato il momento di riflettere seriamente su quanto sta accadendo?

¡Venceremos!

Maurizio Ceccio.