venerdì 14 gennaio 2011
Acqua Bene Comune - Sì della Consulta, la parola ai cittadini
giovedì 4 novembre 2010
Comunicato Stampa - "Coordinamento Regionale Acqua Pubblica Basilicata"

martedì 10 agosto 2010
Una battaglia vinta!
giovedì 29 luglio 2010
Fiom, domani presidio lavoratori Fiat presso tribunale Melfi
giovedì 15 luglio 2010
Alla Lotta!
Quando il compagno Marco ieri mi ha chiamato sul cellulare, tornavo da Potenza con il compagno Alessio: "Maurì i tre operai della Fiat che erano stati sospesi dal lavoro giorni fa, sono saliti sulla Porta Venosina per protesta [...] uno di loro è stato licenziato".
Inizia così la ricerca sul "Cosa fare" per appoggiare "senza se e senza ma" la lotta di questi coraggiosi operai. O forse dovrei chiamargli Uomini? Già, perchè in questa società marcia essere un operaio significa essere uguale ad un giacimento di petrolio o acqua, se si vuole. L'operaio è QUALCOSA (non più QUALCUNO) da sfruttare fino all' esasperazione, fino all'esaurimento della sua persona. Disporre di lui, o di lei, come meglio si crede e al primo problema (poco importa se questo sia reale o fittizio) mandarlo a casa, in tronco.
Questo accade, a mio avviso, perchè l' operaio è svuotato della sua appartenenza alla specie Umana. Potrà sembrare un po' forzata questa espressione, ma è una considerazione personale nata dopo essermi confrontato più volte con molti miei amici che lavorano in fabbrica: "Per otto ore tu sei di proprietà dell'azienda. Dispongono di te come meglio credono". Guai poi se sei un lavoratore interinale o precario: non puoi permetterti nemmeno l'influenza.
Il discorso è complesso nella sua estrema semplicità: sulla carta sei un lavoratore con "diritti e doveri", ma di fatto non è così, perchè è vero che ti spettano i famosi "giorni di malattia", ma è vero anche che se ne usi uno soltanto rischi, allo scadere de contratto a tempo determinato, di non essere riconfermato per i prossimi mesi.
Il rapporto azienda-operaio non si instaura sul reciproco rispetto, ma sul ricatto della prima sul secondo.
Il Capitale, da quando ha impugnato il coltello dalla parte del manico, tira fendenti a destra e a manca con spregiudicatezza e arroganza, così da spegnere sul nascere ogni resistenza. Non potendo distruggere chiunque gli si opponga è riuscito a distruggere la sua volontà di combattere. La società è diventata reazionaria. Il nuovo, l'alternativo fa troppa paura se è vero che "si sa quel che si lascia, ma non si sa che si trova" e ciò potrebbe essere comprensibile, se non fosse che c'è un buon 50% di probabilità che il cambiamento possa avvenire in meglio.
Ci vuole coraggio, il coraggio di una scelta, lo ribadisco. Bisogna riprenderci ciò che c'è stato tolto e difendere con forza quel po' che ci rimane. Per questo dobbiamo partecipare con forza e coraggio alla lotta per la difesa dei diritti.
Immagino la Società come uno spazio orizzontale, dove tutti sono sullo stesso piano e godono degli stessi diritti. Le piramidi sociali e le gerarchie appartengo ad un tempo che per forza di cose è destinato a tramontare, e tanto più sarà l'impegno profuso nell'abolizione di questo stato di cose, tanto più il cambiamento sarà rapido.
Il Partito dei Comunisti Italiani di Melfi esprime solidarietà alla lotta degli operai della Fiat e annuncia la sua partecipazione alla manifestazione organizzata dalla FIOM che si terrà domani, 16 luglio alle ore 9.30, in Piazza Abele Mancini.
¡Venceremos!
Maurizio Ceccio.
mercoledì 7 luglio 2010
«Italiani, ribellatevi. O sarete responsabili come nelle colonie»
di Dagmawi Yimer
Mi appello al governo italiano e a quello libico, in nome di tutti gli eritrei, i somali e gli etiopi che in questo momento stanno soffrendo in Libia. So benissimo cosa vuol dire essere nelle mani della polizia libica. Uso le ultime parole che mi rimangono, perché anche le parole finiscono quando non avviene nessun cambiamento. Io l’ho vissuto sulla mia pelle: i maltrattamenti nelle carceri libiche, gli schiaffi, le bastonate, gli insulti dei poliziotti libici. Anche io sono stato deportato dentro un container, durante un giorno e mezzo di viaggio, verso il carcere di Kufrah, con altre 110 persone, ammucchiate come sardine. Con noi c’erano anche otto donne e un bambino eritreo di quattro anni. Si chiamava Adam. Chissà che fine ha fatto quel bambino, chissà se è riuscito a salvarsi dalla trappola italo libica, chissà se sua mamma non è stata violentata dai poliziotti libici davanti a lui… Se è sopravvissuto, ormai avrà otto anni, e comincerà a capire piano piano che razza di mondo è riservato a lui e a tanti altri come lui.
Veniamo da paesi dove l’Italia non ha ancora fatto i conti con i suoi massacri durante il periodo coloniale e dove ancora oggi, dopo mezzo secolo, usa i libici per combattere gli eritrei, come all’epoca delle colonie usava gli eritrei per combattere i libici. È vero che la libertà di questi miei fratelli minaccia il benessere dei cittadini europei? È vero quindi che un accordo per il gas e il petrolio vale di più delle vite umane e della loro libertà naturale? Perché l’Italia, da paese civile, non ha previsto nell’accordo con la Libia il minimo rispetto dei diritti “inviolabili” degli esseri umani invece di chiudere un occhio e vantarsi di aver bloccato l’emigrazione via mare? Mi ricorda la stessa ipocrisia con cui Mussolini fece credere al suo popolo che l’Italia avesse stravinto sugli abissini senza dire nulla sui mezzi che avevano portato a quelle vittorie, ovvero tonnellate e tonnellate di gas utilizzate senza pietà per sterminare i civili. Il tono del governo è lo stesso, oggi come allora, ed è la stessa la reazione della gente.
Se ripenso a Adam il bambino di quattro anni che era con noi sul container, mi chiedo: quale era la sua colpa? Mi ricordo che ogni tanto l’autista del container (Iveco) si fermava per mangiare o per i suoi bisogni, mentre 110 persone urlavano per il caldo infernale del Sahara, per la mancanza d’aria, che a malapena entrava mentre il camion era in movimento. Il piccolo Adam lo tenevamo vicino al buco da dove entrava un po’ d’aria da respirare… mentre chi si trovava in fondo al container si agitava disperatamente, urlava, piangeva. È possibile vedere ancora deportazioni di massa dentro i container?
Quando ci hanno arrestato poi, i libici non ci hanno chiesto perché fossimo in Libia e cosa volessimo. Eravamo semplicemente la preda dei poliziotti, eravamo donne da stuprare e uomini da bastonare. Pochi giorni fa ho incontrato una persona che lavora a Tripoli e mi ha detto che tra gli ultimi respinti in mare verso la Libia c’era una ragazza di 22 anni che è stata violentata dai poliziotti libici appena arrestata. Alla fine è riuscita a evadere, corrompendo una guardia, ma ora è incinta e non vuole far nascere un figliastro di cui non conosce nemmeno il padre… Perché tutto questa indifferenza verso la sofferenza degli altri, oltretutto provocata dall’Italia stessa? Dov’è la “civiltà” di un paese che finanzia un soggetto terzo per eseguire il lavoro sporco e lavarsene le mani come Pilato? Quando smetterà l’Italia di essere il “mandante” di queste violenze?
Guarda caso poi, dopo la “deportazione” i poliziotti libici ci vendettero per 30 dinari a testa (circa 18 euro) agli intermediari che poi ci riportarono sulla costa.
Anche noi abbiamo dei genitori che piangono pensando alle sofferenze che viviamo. Ma anche noi avremo giustizia per tutto quello che stiamo subendo. Oggi paghiamo il prezzo che i vostri governi hanno deciso di pagare per far godere al “popolo” la sicurezza energetica. Ma le lacrime e il sangue versato non saranno dimenticati. Uso le ultime parole che mi sono rimaste, l’ultima energia dopo due anni di battaglia su questo tema ma spero di poterlo avere ancora. Ho girato l’Italia, partecipando a centinaia di incontri e di proiezioni (di “Come un uomo sulla terra”, ndr.) e ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto vedere la loro indignazione e la loro vergogna di essere rappresentati da questi governi ipocriti.
Ma mi chiedo: se io che grido da qui non ho ascolto, figuriamoci i miei fratelli che stanno nella bocca del lupo. Ma continuo a gridare lo stesso e dico: Italia tu che sei civile e potente guarda queste persone e ricordati cosa hai fatto ai loro nonni.
Riceviamo e raccogliamo l’appello per salvare i deportati eritrei in Libia.
Chiediamo di sottoscriverlo, inviando una mail al Ministro dell’Interno Maroni – liberta.civiliimmigrazione@interno.it – perché la legga e la inoltri al resto del governo.
Questo il testo:
“Io (nome e cognome) sono convinto che un Paese civile non possa essere complice di un delitto contro l’umanità. Fermate il massacro dei prigionieri eritrei in Libia”.
[Fonte: Federazione della Sinistra]
lunedì 21 giugno 2010
Per l’acqua e la democrazia
[Fonte: Federazione della Sinistra]
di Marco Bersani* e Corrado Oddi** su il Manifesto del 20 giugno
In soli 50 giorni un milione di donne e uomini hanno firmato i tre referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua.
Un risultato straordinario, ottenuto da una grande coalizione sociale promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua e dal capillare e reticolare impegno di migliaia di comitati sorti in tutto il Paese.
Senza padrini politici, senza grandi finanziatori, nel più completo silenzio dei più «importanti» mass media.
Qualcosa sta succedendo in questo paese. Una nuova narrazione sull’acqua e dei beni comuni, frutto di un decennio di sensibilizzazione e di mobilitazione sociale, è emersa, dimostrando come su questo tema abbiamo già vinto culturalmente.
Basta vedere le scomposte reazioni dei fautori delle privatizzazioni – Governo, Confindustria e Federutility in primis – i quali, se solo pochi anni addietro potevano rivendicare apertamente il dogma del «privato è bello», sono oggi costretti a giocare in difesa, a negare di voler privatizzare, a diffondere cortine fumogene sul pericolo referendario.
Consapevoli di aver perso il consenso, faticano tuttavia a rendersi conto di come dietro a questa straordinaria mobilitazione popolare ci sia molto di più.
Perché il milione di donne e uomini che hanno sottoscritto i referendum forse non hanno ancora interamente acquisito tutta la complessità del tema acqua e privatizzazioni, ma nel loro incedere a testa alta verso i banchetti hanno dimostrato una forte consapevolezza sulla posta in gioco : mettere uno «stop» all’ideologia del mercato come unico regolatore sociale e invertire la rotta, riappropriandosi dell’acqua e dei beni comuni, che solo una democrazia partecipata e condivisa può gestire a finalità sociali.
Quel milione di donne e uomini sono un nuovo anticorpo sociale che parla all’intero Paese e alla crisi economica, ambientale e di democrazia che lo attanaglia.
Dice a chiare lettere che gli attacchi ai diritti sociali e del lavoro, la privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni, la demolizione della Costituzione e della democrazia non sono uno scenario ineluttabile, bensì il frutto di scelte politiche ancora una volta dettate da questo governo e dagli interessi dei grandi poteri economici-finanziari.
Quel milione di donne e di uomini sta indicando un’altra direzione : dalla crisi si esce attraverso la redistribuzione del reddito verso il lavoro e i ceti più deboli e attraverso l’appropriazione sociale di ciò che ci appartiene, a partire dal bene più essenziale di tutti, l’acqua. Dalla crisi si esce attraverso un nuovo ruolo del pubblico e della democrazia, che devono essere fondati sulla partecipazione popolare.
In questi mesi, con quest’esperienza, si è costruito uno straordinario laboratorio sociale.
Ma sappiamo che è solo il primo passo. Perché dalla vittoria culturale si passi alla vittoria politica, occorrerà, entro la prossima primavera, trasformare questo milione di firmatari in almeno 25 milioni di votanti.
Sarà un percorso difficile ed entusiasmante; avrà bisogno di tutte le donne e gli uomini che vogliono liberare l’acqua, rifondare la democrazia, redistribuire la speranza.
Oggi possiamo intraprenderlo con nuova fiducia, tutti insieme.
* Attac Italia- Forum Italiano Movimenti per l’acqua
** FP CGIL- Forum Italiano Movimenti per l’acqua
giovedì 20 maggio 2010
Superate le 500mila firme
[Fonte: Acquabenecomune.org]
516.615 firme raccolte in 25 giorni di banchetti e iniziative in tutta Italia. Un risultato incredibile anche per noi, raggiunto in poco più di tre settimane grazie all'impegno e all'entusiasmo di migliaia di cittadine e cittadini dell'acqua pubblica. Qui trovate la mappa dei banchetti. L'obiettivo che il Comitato Promotore si era posto (700mila firme) è ormai in vista e può essere superato. Da qui a luglio lanceremo eventi, feste, spettacoli per coinvolgere sempre più italiani in questa civile lotta di democrazia per togliere le mani degli speculatori dall'acqua riconsegnandola ai cittadini e ai Comuni.
Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.
Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.
mercoledì 12 maggio 2010
Superate le 350mila firme in tutta Italia
[Fonte: Acquabenecomune.org]
Dopo un altro straordinario fine settimana di banchetti, abbiamo superato le 350mila firme. Sono passati solo 15 giorni di raccolta firme e siamo già a metà strada rispetto all'obiettivo che il Comitato Promotore dei referendum sull'acqua si era posto all'inizio della campagna (700mila firme entro luglio). Qui trovate la mappa dei banchetti. L'acqua è madre, non può essere merce per profitti.
Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.
Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.
Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.
Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori.
Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene collettivo.
Per conservarlo per le future generazioni.
La partecipazione dei cittadini Melfitani è stata eccellente. Questo ci sprona ad andare avanti.
A tal proposito la Federazione della Sinistra della città di Melfi annuncia che Domenica 16 Maggio sarà ancora presente, in piazza Abele Mancini, per continuare la raccolta firme, per chiedere a gran voce che l'acqua ritorni ad essere un bene dei cittadini e non un profitto per società private.
Grazie a tutti!
sabato 8 maggio 2010
Raccolta firme contro la privatizzazione dell'acqua pubblica
venerdì 30 aprile 2010
A Paolo Meriglia
martedì 27 aprile 2010
RIUNIONE RSU FIOM SATA E INDOTTO CON RINALDINI SUL PIANO INDUSTRIALE
sabato 24 aprile 2010
NO ALLA CONTRORIFORMA DEL DIRITTO DEL PROCESSO DEL LAVORO 26 APRILE 2010 GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO IL DDL 1167 B
martedì 20 aprile 2010
RACCOLTA FIRME
venerdì 16 aprile 2010
Care compagne, cari compagni
Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4 settimane.
Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.
Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale.
Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra.
Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio.
La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.
Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie - dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…
C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica.
Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti.
Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra.
All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.
Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire.
A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative.
Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.
Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista –la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti.
Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!
Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni.
Oliviero Diliberto.